venerdì 12 agosto 2016

Osservazioni sull’evoluzione del Fantasy, come genere letterario.

Osservazioni sull’evoluzione del Fantasy, come genere letterario.


Le origini


Il regno delle fiabe è vasto, profondo, eminente e colmo di molte cose: vi si trovano animali ed uccelli d’ogni genere; mari sconfinati e stelle innumerevoli; bellezza che incanta e pericolo onnipresente; gioia e dispiacere taglienti come spade. Un uomo può, forse, ritenersi fortunato di avervi vagabondato, ma sono proprio la sua ricchezza e la sua stranezza a legare la lingua di un viaggiatore che volesse riferirle. E mentre egli si trova là, è pericoloso porre troppe domande, perché i cancelli si potrebbero chiudere all’improvviso, e perdersene le chiavi.

(da Sulle Fiabe, J.R.R. Tolkien)


Tentare di trovare un momento preciso nella storia dell’umanità per collocare la nascita della fantasia, è un compito impossibile, almeno per il momento. Per certi versi, quindi, le storie che l’uomo inventava per spiegare dei fenomeni allora incomprensibili da un punto di vista scientifico, possono essere considerate un primo embrione di quello che saranno poi i Miti epico-religiosi, le Fiabe, e, arrivando sino ai nostri giorni, i racconti Fantasy. Se la mitologia delle civiltà mediterranee ha fatto da base per lo sviluppo del genere letterario del Fantasy, le leggende dei Vichinghi e delle popolazioni Celtiche, hanno senza dubbio avuto l’influenza maggiore sulle storie che appartengono a questo genere letterario.
La mitologia nordica ci è giunta principalmente grazie ad uno scrittore islandese del 1200, Snorri Sturluson, che raccolse nell’Edda le leggende ed i miti che erano stati la base della cultura vichinga, traducendole dal Norreno (antica lingua germanica). Come la maggior parte delle mitologie, quella dell’Edda riguarda soprattutto divinità, eroi e l’eterna lotta tra bene e male.
Sebbene la fantasia sia un valore appartenente all’umanità sin dai primordi dei tempi, il Fantasy è un genere letterario relativamente recente, nato alla fine dell’ottocento in seno alla cultura anglosassone. È un genere di narrazione intermedio tra l’epico e il fantastico, i cui elementi principali sono il mito e la fiaba. A differenza della narrativa fantastica, che usa scenari reali contaminandoli con eventi soprannaturali, il Fantasy descrive mondi immaginari, completamente avulsi dal nostro. Gli studiosi accettano come data di inizio del Fantasy moderno il 1895, anno in cui William Morris pubblicò il romanzo The wood beyond the world (Il bosco oltre il mondo).
In Italia, il romanzo Fantasy viene identificato con alcuni suoi filoni, più precisamente con quelli ambientati in mondi immaginari (High Fantasy)differenti dal nostro, caratterizzati dall’uso della magia (Sword and sorcery), abitati di solito da eroi epici (Heroic Fantasy).


Il primo sottogenere denominato Sword and sorcery (spada e magia), deriva dai romanzi d’avventura come quelli di Salgari e di Verne, assumendo la sua connotazione Fantasy, nella trasposizione dalle riviste Pulp Magazine, pubblicate negli Stati Uniti fino agli anni cinquanta. Una delle caratteristiche principali delle opere di questo filone, era la presenza costante di eroi maschili, muscolosi e valorosi, che salvano donne in pericolo, dopo avere affrontato eventi soprannaturali e potenti magie.
L’altro filone, l’Heroic Fantasy (Fantasy Eroico), prende l’avvio dalla letteratura di William Morris, esponente del neogotico.
Le signore del fantasy


Benché nel fantasy spicchino molti autori di sesso maschile, vi sono anche molte donne che hanno contribuito a innalzare il livello e la notorietà di questo genere di letteratura.
La californiana Marion Zimmer Bradley, fa parte di un gruppo ristretto di autrici, che negli anni cinquanta, hanno sviluppato nel genere Fantasy, un proprio stile inconfondibile, contraddistinto anche da una raffinata introspezione psicologica, riuscendo a valorizzare maggiormente la figura femminile all’interno delle opere di tal genere.
La Bradley ha operato un cambiamento di rotta nello speciale sottogenere della Sword and sorcery; riuscendo ad integrare i ruoli dell’uomo e della donna. L’affermazione dell’uomo, come erculeo eroe che aveva il compito di salvare il mondo, spesso, nel Fantasy andava a discapito dell’uguaglianza dei ruoli e delle competenze possedute dalle donne. Troppo spesso, gli autori concentravano tutta la loro attenzione sull’uomo, relegando la donna al ruolo di semplice damigella in pericolo, escludendola, in definitiva dalle avventure dei protagonisti maschili. Marion Zimmer Bradley, mise in evidenza il bisogno di equiparare le due diverse identità (il maschile e il femminile), non solo dal punto di vista psicologico, ma soprattutto, per le abilità possedute. L’eroicità, infatti, non è soltanto una prerogativa maschile, donata dalla forza dei muscoli, ma è anche un diverso atteggiamento nei confronti del pericolo. Di conseguenza la donna, vivendo estreme situazioni di difficoltà, può mettere in luce il proprio valore che non proviene dall’esibizione della forza fisica, ma, dalla capacità individuale di reagire alle avversità.

[…]Le Fanciulle Prescelte di queste storie, però, non aspettano un Eroe che le salvi dal fato che le attende. Ciascuna di queste Fanciulle Prescelte che ho deciso di presentarvi, affronta la cosa in modo diverso ed ognuna di esse è un’eroina a pieno titolo. Credo che sia questo il valore della narrativa eroica, e cioè che essa ci obbliga a confrontarci con quanto di eroico c’è in noi stessi e ad affrontare i nostri incubi e l’immagine che ci siamo costruiti di noi stessi. Non credo che questa esigenza sia limitata ai soli uomini o alle sole donne. Storie che si occupano solo di faccende maschili sono storie a metà, come lo sono quelle che parlano solo di faccende femminili: sono entrambe solo la metà della verità umana. In ognuno di noi c’è il maschile ed il femminile, e credo che sia gli uomini che le donne possano leggere queste storie e trovare sia il bene che il male che c’è in ognuno di noi. Il valore non ha razza, né colore, né sesso. Il fatto che io abbia scelto racconti che riguardano soprattutto le donne è una questione di preferenza personale, non un pregiudizio. Il fatto che abbia scelto storie che parlano sia di uomini che di donne, e scritte inoltre sia da uomini che da donne è, spero, un segno dei tempi ed una prospettiva per il futuro della narrativa eroica.

(Tratto dall’antologia, a cura di Marion Zimmer Bradley, Storie fantastiche di spada e magia, editrice Nord.)


Il bene e il male, diceva la Bradley, non appartengono solo all’uomo o solo alla donna, fanno parte dell’umanità, senza distinzione di sesso. Siamo parte di un Tutto in cui non c’è spazio per le differenze o per la disuguaglianza delle parti, l’uomo e la donna possono coesistere nella letteratura Fantasy, come nella vita reale, senza prevaricazione alcuna.
Marion Zimmer Bradley, caposcuola riconosciuta della Heroic Fantasy, ha scritto numerosi successi, ma in Italia si è affermata con Le nebbie di Avalon e La torcia.

Katharine Kerr è anch’essa americana, di San Francisco, che è una delle città statunitensi più rivolte all’europeismo. La scelta di vivere in questo luogo, è in linea col fervido interesse che la Kerr ha da sempre dimostrato per la cultura europea, in particolar modo per la religione e la cultura dei Celti. Lo studio approfondito e puntiglioso della religione druidica e della mitologia celtica, ha ispirato l’autrice ad operare nei suoi romanzi una scrupolosissima ricostruzione storica, amalgamandola all’invenzione fantastica, unendo, con armonia d’intenti, la fantasia allo studio dei personaggi e ai loro sentimenti.
La figura del druido (la casta sacerdotale dei celti), è stata da sempre molto difficile da inquadrare, poiché per la sua spiccata fluidità, incarna la mediazione tra il volgo (il popolo) e la sfera divina. Il druido, infatti, era vate e oracolo, mago e tessitore di incantesimi. Tra gli studiosi della religione druidica vi sono state, a tal proposito, diverse controversie, scaturite dall’impossibilità di definire, con precisione, tale figura nell’ambito della cultura celtica. Imprecisione, tra l’altro, apportata dalla divergenza delle fonti, che costringe a unire testimonianze di origine romana – da Cesare a Strabone –, con altre legate al mondo irlandese; di questa enigmaticità del druido, la Kerr ha dimostrato di esserne ben consapevole, delineando in maniera opportuna i suoi personaggi del ciclo di Devery, che inizia con La lama dei druidi. L’innovazione che la Kerr ha apportato nel Fantasy, è proprio la coniugazione di una vicenda fantastica con il quotidiano storico/religioso del mondo celtico.

Alla luce di queste brevi considerazioni, posso sicuramente affermare che Katharine Kerr, è un’autrice dotata, non solo di un talento narrativo di rara solidità culturale, ma anche di grande sensibilità che conferisce alle sue opere un inconfondibile pathos femminile, nobilitando i personaggi e donando ai suoi lettori pagine cariche di sentimenti veri e toccanti.

Dopo la breve trattazione su queste due autrici contemporanee, che ho preferito a tante altre per un mio gusto personale, voglio solo aggiungere che il Fantasy, come genere letterario, non ha solo lo scopo di divertire; infatti, anche le invenzioni più fantasiose si concentrano intorno ai temi fondamentali della nostra esistenza.
Marion Zimmer Bradley – equiparando le donne agli uomini – e Katharine Kerr – mischiando la storia e la cultura europea all’invenzione fantastica – hanno operato una profonda saldatura tra il mondo della fantasia e quello dei problemi reali e sociali della nostra era.

Chiara Taormina

venerdì 5 agosto 2016

Il valore della fantasia


Il valore della fantasia
Heinrich Schliemann: Ho guardato fisso negli occhi Agamennone.

Un bambino vive avvolto nella fantasia, immagina che il nostro mondo malato e corrotto, sia in realtà un castello inespugnabile, dove tutto il male resta al di fuori delle mura difese dal baluardo invalicabile dell’immaginazione.
Un bambino è sedato dall’attività fervida delle mente che lo rende ingenuamente incorruttibile dalla sfiducia verso la vita.
Essere piccoli ha il fascino dell’inconsapevolezza, dell’età aurea in cui tutto è fugace sogno e angeliche illusioni cingono l’infante nella morsa del distacco dalla realtà.
Il pianto di un bambino non è il tormento del fallimento, ma è solo il richiamo rivolto alla condizione dell’adulto che non sa più gioire dei giochi, delle scoperte, della vita semplice e non avvolta dall’opaco velo del mistero.
L’infanzia è una chiara e nitida manifestazione di amore per la vita, per tutto quello che il cervello è in grado di creare al di sopra della sofferenza, al di sopra delle limitazioni imposte dalle regole sociali e relazionali.
Noi adulti dovremmo rieducarci all’evasione per poter afferrare gli aspetti sfuggenti e transitori delle cose, per poter rovistare negli spazi nascosti della mente e riappropriarci della parte più feconda del tempo: l’infanzia.
Mantenere a vita, anche da grandi, un grado dignitoso di immaturità potrebbe condurci verso l’azione liberatoria dei sogni fanciulleschi, anche perché i bambini hanno l’intuito e la forza della verità che spesso li conduce alla realizzazione totale delle loro aspettative (Es. l’archeologo Schliemann che a soli sette anni sognò che avrebbe ritrovato Troia e così fu).
Allora torniamo ogni tanto bambini e aiutiamo la fantasia a liberarci dalla schiavitù della realtà relativa dei tempi contemporanei.
La realtà è come noi la vediamo!

Chiara Taormina

martedì 26 luglio 2016

La percezione del colore: una facoltà dell’anima

La percezione del colore: una facoltà dell’anima


L’occhio umano riconosce i colori e le sfumature, in una gamma vastissima di tonalità. Ma c’è anche una relazione differente di avvicinamento e dialogo diretto che l’uomo attua nei confronti del colore, ossia la relazione percettiva che va oltre la capacità di cogliere solo con lo sguardo e la visione le differenti tinte.
Questa è una facoltà, secondo la filosofia mistica indiana, dell’anima che di sicuro non si ferma al sostrato dell’apparenza,ma scava nella profondità simbolica delle cose che ci circondano.
La simbologia dei colori ha radici molto antiche. I colori primordiali, legati allo svolgimento naturale del giorno e della notte, erano il giallo e il blu scuro. Il giallo era il colore legato alle attività umane, svolte durante il giorno, mentre il blu era il colore dell’immobilità durante il riposo notturno. In entrambi i casi si possono definire colori eteronomi perché dispongono della volontà umana.
I primitivi, invece, attribuivano alle due attività di difesa e attacco rispettivamente il colore verde e rosso. Poiché questi due colori sono legati alla volontà del primitivo di svolgere tali azioni, si possono definire autonomi.
I colori hanno avuto in tutte le culture dei significati che appartenevano al mondo trascendentale e che spesso si sono tramandati non perdendo mai la loro valenza mistico-religiosa.
Nell’arte antica e moderna il colore si abbinava fedelmente alle cose che gli artisti rappresentavano (per esempio l’incarnato della pelle veniva espresso dal colore rosa pallido, fedele alla visione reale della pelle umana), ma come in tutte le evoluzioni, col passaggio dall’arte moderna a quella contemporanea il colore subisce quasi un’involuzione, tornando al contatto percettivo col pubblico che lo vede solo come la presentazione del colore stesso. Pur senza rappresentare una forma concreta, il colore proprio per l’autopresentazione che fa di se stesso, torna a incarnare il significato simbolico che attraverso la cultura ogni individuo gli attribuisce, in un continuum spazio temporale che riabilita l’antichità nelle concezioni basilari, legando i colori all’essenza naturale e alla capacità dell’anima di saper leggere le cose per quello che sono e non per ciò che rappresentano.




















domenica 24 luglio 2016

Arte, creare o riprodurre la realtà?

Arte, creare o riprodurre la realtà?


Dipingere è un atto che conduce un pittore a creare un oggetto che prima non esisteva, se non nella mente e nell’intuizione di chi lo ha prodotto.
Così avviene anche per tutte le altre arti, l’artefice crea ex nihilo un oggetto scaturito dall’energia dell’intelletto e della sensibilità.
Concentrandoci sulla pittura, cerchiamo di visualizzare nella mente lo spazio entro cui compare la forma o l’immagine dell’opera, esso è costituito da una forma geometrica(rettangolo,quadrato, cerchio), che racchiude in un limitato campo visivo un ristretto pezzetto di realtà.
L’artista, quindi, imprigiona sul supporto geometrico la propria e legittima visione del mondo, focalizzando l’attenzione su una porzione o su un fatto circoscritto di ciò che lo circonda.
In questo caso, riportando solo l’esperienza concreta e fedele delle cose non crea uno spazio nuovo ma lo riproduce, come una copia fedele di ciò che l’occhio coglie.
Ci sono casi (arte contemporanea) in cui, invece, l’artista crea un pezzetto di spazio tutto suo, in cui racchiudere una realtà parallela e più affascinante di quella concreta perché al di là della conoscenza razionale.
In questo caso, il campo geometrico tangibile racchiude non la percezione del visibile, ma la conoscenza della propria anima che, miscelandosi alla sensibilità, sa creare un piccolo universo di emozioni imponderabili, ma assolutamente autentiche.


Chiara Taormina

sabato 23 luglio 2016

Georges de La Tour e Amleto



«To be, or not to be: that is the question;
Whether 'tis nobler in the mind to suffer
The slings and arrows of outrageous fortune,
Or to take arms against a sea of troubles,
And by opposing end them?
»
(IT)
«Essere o non essere: ecco la questione;
se sia più nobile nella mente soffrire
i colpi di fionda e i dardi dell’oltraggiosa fortuna,
o prendere le armi contro un mare di affanni,
e contrastandoli porre fine ad essi.
»
(Amleto, atto III, scena I)


Era il 1602 quando il genio di Shakespeare concepì una delle sue più famose e dibattute tragedie nella storia della letteratura: Amleto. L’opera, infatti, si è prestata a diverse interpretazioni, divenendo uno dei drammi più rappresentati sui palcoscenici di tutto il mondo.
Amleto è un personaggio poliedrico, ricco di sfumature e caratterizzato per la sua indecisione che lo porta a contemplare persino la morte, come cessazione delle pene terrene.
Da molti è stato visto anche come un personaggio filosofico che in alcune punti chiave dell’opera si interroga sul significato e senso dell’esistenza.
Nel pensiero di Amleto sembrano confluire tre correnti filosofiche differenti: il relativismo, l’esistenzialismo e lo scetticismo.
Il relativismo gli suggerisce l’idea che il Bene e il Male, intesi come principi imperanti nelle vicende terrene, non esistano, ma siano il frutto di un processo mentale, di conseguenza è l’uomo che li crea nella sua visione della vita.
Il concetto per cui non vi è nulla di reale a parte l’intelletto ci riconduce ai Sofisti greci, che sostenevano la realtà percepibile solo attraverso i sensi, onde per cui non esistono verità assolute, ma solo verità relative.
L’esistenzialismo amletico si ricollega al famoso monologo “essere o non essere” ove “l’essere” è inteso come la vita e l’azione, invece, il “non essere” come la morte e la mancanza di azione.
La contemplazione della morte è legato al pensiero religioso della continuità della vita dopo la morte, attraverso il percorso dell’anima imperitura.
Letteratura ed arte si fondono, con profonda armonia nelle scene del quotidiano. Da sempre i grandi maestri dell’arte hanno miscelato il loro pensiero alle correnti filosofiche e i loro soggetti, come in una tragedia .letteraria, hanno rappresentato le fasi storiche e sociali del loro tempo.
Ho voluto fare questa premessa per allacciarmi ad un piccolo gioiello dell’arte del XVII sec: Georges de La Tour e la sua Maddalena penitente. Nel teschio illuminato da una fioca candela percepisco la visione relativista amletica: il bene e il male sono il frutto della mente umana. La morte è una condizione inesplorata, misteriosa e inaccessibile se non attraverso la diretta sperimentazione senza ritorno.
Possiamo considerarla come la cessazione della vita, quindi la grande nemica della continuità esistenziale, oppure possiamo guardare verso di essa senza ansia o paura, trovare nell’idea che sia la pace dalle pene, dalle insicurezze e indecisioni terrene, la nostra più semplice e naturale consolazione. Pertanto percepiamo la vita in modo autonomo, attraverso i sensi che acuiscono le emozioni e anche i timori.
La morte “la non azione” è rappresentata con forza mistica dall’azione del dipingere “ la vita”.
Inscenare in pittura un grande dramma collettivo non è mai cosa semplice e trovare la giusta formula per offrire una sana contemplazione del non “ Visibile” è una rara manifestazione di maturità interiore, oltre che artistica.
Poco sappiamo della vita del pittore e di come concepì l’eredità caravaggesca: forse soggiornò in Italia, dopo ebbe modo di conoscere le opere del caposcuola italiano durante un viaggio a Roma o, forse, fu influenzato dagli artisti olandesi, loro stessi seguaci del Merisi. Le ipotesi restano aperte. In ogni modo, La Tour testimonia l’enorme influenza che il pittore italiano esercitò in tutta Europa, a partire dal primo decennio del Seicento.

Chiara Taormina

sabato 21 maggio 2016

Bauletti in legno



Bauletti da abbinare a pietre di mare per creare coordinati d'effetto, per le vostre stanze, per le vostre ricorrenze importanti. Passione e creatività per creare oggetti d'arte unici e raffinati. Per qualsiasi richiesta o informazione, potete scrivermi, vi risponderò  il prima possibile.

sabato 14 maggio 2016

Le pietre di mare




Ecco un assaggio delle pietre di mare dipinte  a mano o decoupate con tovaglioli e colori acrilici, con angeli, fiori o vari altri temi. Sono utilissime come fermacarte o per abbellire un angolo della casa. Se vi piacciono potete scrivermi alla mia mail, anche per ricevere maggiori info. Aspetto  i vostri commenti!!! e anche suggerimenti....

Chiara

Chiara Taormina

Chiara Taormina